Il problema non è Grillo, è il grillismo.

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Il problema non è Grillo, è il grillismo. Forse Enzo Biagi oggi direbbe così. Intendiamoci, non è il nuovo che spaventa. Il ricambio della classe dirigente è una richiesta più che lecita, da anni sollevata bipartisan, tra l’altro. È il nuovo inconsapevole, spesso incompetente, comunque misconoscente delle procedure e delle formalità del gioco democratico, a preoccuparmi.

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Ci sono certe convenzioni, certe rigidità formali che vanno rispettate perché altrimenti il sistema implode. Filosoficamente possiamo parlare di abolizione dello Stato quanto ci pare (e personalmente, ci pare), ma guardiamo le cose come stanno. Viviamo nel mondo reale e nel mondo reale una legge serve ad arginare il caos che altrimenti regnerà incontrastato. Non è proprio la scoperta dell’acqua calda.

Facciamo un paio di esempi e andiamo per ordine. Subito dopo l’esito di domenica scorsa, Grillo sbraitava che voleva andare al Colle per le consultazioni del Presidente della Repubblica. Grillo non è stato eletto da nessuna parte e non è nemmeno il segretario di un partito, visto che il Movimento 5 Stelle precisa a ogni piè sospinto che non ha nulla a che vedere con il partitismo della Seconda Repubblica. Grillo è un comune cittadino, al massimo il leader di un movimento. Quindi con che titolo potrebbe andare da Napolitano? Semplice, con nessuno, o meglio, con la stessa valenza con cui ci potrebbe andare chiunque.

Ancora. Il MoVimento ha dichiarato di rinunciare ai rimborsi elettorali. 42.700.000 euro per la precisione, mica bruscolini. Peccato solo che tutti quei soldi non gli spettino perché, semplicemente, non ne ha diritto. Infatti, i partiti e i movimenti politici qualora abbiano diritto ai rimborsi per le spese elettorali sono tenuti a dotarsi di un atto costitutivo e di uno statuto che devono essere trasmessi in copia al Presidente della Repubblica; se non lo fanno decadono dal diritto al rimborso stesso. Lo dice la legge n.96/2012 (articolo 5, per la cronaca). Ora, il M5S non si è mai dotato né di uno statuto né di un atto costitutivo, anzi è proprietà di Beppe Grillo che ne ha registrato il marchio come farebbe un imprenditore.

Poi ci sono quelli che da Lilli Gruber cadono dal pero davanti a domande sulla riforma elettorale. Doppio turno alla francese? Proporzionale? Maggioritario? “Dettagli”. Come a dire: “Non ne ho idea. Forse domani organizziamo un meetup su Facebook e vediamo i consigli che ci arrivano dalla rete, questa è democrazia, no?”.

E sorvoliamo sul no-dress-code al Senato, sul “uno vale uno”, sulla proposta del vincolo di mandato, sul mircochip della CIA, sul siamo-quelli-con-più-laureati-in-Parlamento (cosa ancora dobbiamo aspettare per rilanciare la campagna sull’abolizione del valore legale del titolo di studio?).

Tutto questo mi preoccupa. Perché la democrazia, e prima ancora la politica, è una cosa seria. Che non si può fare solo sull’ondata esaltante dell’antisistema e dell’anticasta. Anche perché, passata la spinta emozionale, diventerebbe poco credibile.

di Claudia Osmetti

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