PDL: Popolo delle Libertà. Che brutta sigla, mai piaciuta. E non mi è nemmeno mai piaciuto il significato discriminatorio di quel nome quasi che solo un Popolo, quello “eletto”, possegga o aneli alla Libertà; in questo per nulla distinguendosi da analoghe discrimminazioni ideologiche di chi, più d’altri, si professa “democratico”.
Perciò mi scuserà il lettore se eviterò ci citarla.

Noi, ex Forza Italia, Berlusconiani e non ma appartenenti a quell’area politica superficialmente definita dei “moderati“, stiamo indubbiamente attraversando un brutto periodo sotto il profilo dei consensi. Entrare nel merito dei risultati delle recenti amministrative è inutile e altrettanto difficile considerato sia il numero spropositato di liste civiche, “civetta” e di disturbo che si sono proposte al fine di confondere l’elettore, sia per l’alta percentuale di astensione dal voto.

E comunque, con buona pace di chi va in TV a mostrare i grafici dell’esaltante vittoria riguardante ben 94 comuni su 1010, non è questo lo scopo di questo intervento giacchè ritengo che i nostri problemi siano antecedenti a questi avvenimenti.

Di certo l’uscita di scena di Berlusconi ci ha penalizzato anche se il consenso verso di noi scendeva già negli ultimi mesi del suo governo ma, tutto sommato, il calo era fisiologico considerato il ruolo di governo. Né lo si può imputare tutto alla strabordante campagna denigratoria messa in atto dalla stampa di sinistra e dai media ad essa subalterni.

Perdevamo, ma perdevamo poco. Abbiamo cominciato realmente a perdere consensi nel momento in cui abbiamo appoggiato il governo dei “tecnici”.

Da quel momento la nostra discesa è stata praticamente inarrestabile essendoci resi “complici” di operazioni sgradite al nostro elettorato come l’intervento sulle pensioni e
certe liberalizzazioni malfatte, il tutto giustificando tale complicità con la necessità di contribuire al “salvataggio del Paese”. Ovvero, nella percezione di chi si addentra un po’ di più nelle cose politiche, nella necessità di non restare con il cerino in mano facendo il possibile affinché si scotti l’avversario.

Se qualcuno definisce questo modi di fare come strategia o tattica, si accomodi. Io preferisco definirlo incapacità di decidere e timore per le conseguenze.

Con la paura non si fa niente. La paura è chiaramente percepita anche se mascherata da temporeggiamenti e annunci che poi si traducono in poco più che niente.

Eppure chi conosce un poco la nostra storia, chi ha militato e sofferto in Forza Italia, chi si è speso senza velleità di carriera sa bene che queste cose sono già accadute e ne siamo sempre usciti brillantemente ma solo a condizione che le scelte del partito fossero chiare e decise. Niente inciuci, niente accordi. Chiarezza.

E, se osserviamo bene, c’è stato un momento in cui Noi potevano ancora decidere di non cedere più alla paura! E questo è stato quando, verso la fine di febbraio, si rese evidente che il “governo del presidente” era ormai ostaggio delle sinistre; in quel momento in cui, non solo il popolo italiano ma tutto il mondo, si aspettava che il governo emanasse come promesso il decreto sulla questione del mercato del lavoro e che invece, per supremo consiglio, preferì affidarne le sorti alla legge delega.

Da allora, se qualcuno ha voglia di analizzare, lo spread famigerato che ha determinato la caduta del nostro Governo, ha ripreso la sua corsa al rialzo.

In quel momento bisognava sciogliere il patto che era stato tradito.

Nel 1995 Bettino Craxi, capo di governo e segretario di un partito che non arrivava al 10% decise di rimuovere dal simbolo la falce ed il martello e di rompere definitivamente con un passato che non poteva più condividere. Quasi immediatamente il PSI arrivò al 15% e questo principalmente per aver dato un segnale preciso di chiarezza e di volontà di distinguersi.

 

Oggi siamo qua a vivacchiare giorno dopo giorno sulle solite proposte e sui soliti annunci. Qualche settimana fa la notizia-bomba che avremmo rinunciato al rimborso
elettorale e che avremmo cambiato nome… Ma noi un nome ce l’abbiamo già! Siamo Forza Italia, punto e basta… Che senso ha perder tempo in sondaggi idioti su”quale nome vuoi dare al tuo partito”?
E se poi al momento di votare la riduzione del rimborso elettorale gran parte dei nostri deputati decide di andare al bar, che senso hanno queste proposte?

Angelino Alfano è bravo, è uno tosto; ma non può perdere la faccia dietro a questi discorsi.

Che senso ha oggi, 24 maggio 2012, proporre il semipresidenzialismo alla francese già sapendo che i tempi per poter approvare la legge sono strettissimi e rendendosi facile bersaglio degli attacchi della sinistra, quando abbiamo una disoccupazione giovanile che è salita al 34,5 %?

Non sembra stucchevole, fuori luogo, “vecchio” questo cercare di attirare a sé o di confondersi con i cosiddetti grillini o lasciare che la sinistra insinui queste commistioni?

Che senso ha ancora rivendicare certe “conquiste” di incerto futuro come la compensazione dei crediti/debitio verso lo Stato ladro e sprecone se non per distinguersi al fine di guadagnare qualche secondo di diretta TV in quella snervante contrapposizione che, ormai, non convince più?

Vogliamo realmente che la nostra gente, ormai disillusa, frastornata e facile preda della demagogia di una sinistra che ormai crede di avere in tasca la vittoria, si stanchi del tutto e preferisca affidare alla demagogia il suo destino?

Se vogliamo questo proseguiamo con questi discorsi. Se, invece, vogliamo riprendere il posto che ci spetta nel consesso politico della Nazione dobbiamo passare all’azione:
meno chiacchiere e più fatti.



Che il governo prenda in tempi brevi (15-20 gioni al massimo) una posizione chiara e decisa sulla questione della ripresa economica e del rilancio dell’occupazione rendendosi indipendente dalla sinistra e dal sindacato, oppure si renda conto che corre il rischio di essere sfiduciato.

Cerino o non cerino.