Sfatiamo la leggenda “rossa” del neoconservatorismo

July 3rd, 2010
L’estrema destra reazionaria anti-americana, ma anche alcuni paleo-conservatori isolazionisti, pur di denigrare gli esponenti di spicco del neoconservatorismo, rammentano spesso le origini democratiche, liberali, socialiste, se non addirittura comuniste di grandi pensatori neo-con come Irvink Kristol, o di precursori come il senatore Dem Henry Jackson.

Se da un lato non possiamo negare l’esistenza di queste radici politiche, comuni ad esempio, tanto per citare un altro caso eclatante, a Jean Kirkpatrick (poi convertitasi al ferreo anticomunismo reaganiano, fino al punto di sostenere i regimi di destra dell’America Latina con la Dottrina che porta il suo nome), d’altra parte sarebbe ingiusto ignorare il processo di riposizionamento politico ed ideale effettuato, a partire dagli anni ’70, da moltissimi intellettuali, accademici e commentatori, pronti a cambiare radicalmente opinione sugli effetti del progresso e sulla vera natura dell’ideologia comunista.

Per quanto riguarda il caso italiano, è sin troppo facile ricordare l’esempio di Giuliano Ferrara, protagonista delle contestazioni di Valle Giulia del ’68, esponente del PCI e del PSI, approdato poi nelle felici lande del centrodestra, fino a diventare in breve tempo uno fra i maggiori intellettuali teo-con, filoamericano, filo-GOP ed anti-abortista, un modello per la maggior parte dei conservatori italiani. Insomma, non sembra proprio possibile rimproverare degli “errori di gioventù” a grandi personaggi che oggi veicolano e propugnano idee intimamente conservatrici.

Ma c’è di più: se di “spirito rivoluzionario” del neoconservatorismo si può parlare, ebbene lo possiamo rintracciare nel programma dinamico di capovolgimento dello status-quo geopolitico. L’obiettivo ultimo dei neoconservatori americani, infatti, è stravolgere la situazione incancrenita del Medio Oriente, è spazzare via gli Stati-canaglia e i gruppi terroristici cresciuti grazie all’atteggiamento pericolosamente indifferente degli anni dell’Amministrazione democratica Clinton, e ancor prima dello stesso Reagan (rimproverato dal commentatore neocon Norman Podhoretz per il precipitoso ritiro dall’area del 1983, in seguito all’attentato di Hezbollah contro i marines americani).

Il cambiamento propugnato dai neocon non può certo essere inteso come un “via libera” al progresso: lo spunto dinamico infatti è limitato alle questioni, pure fondamentali per il mantenimento del primato statunitense a garanzia della sicurezza globale, di politica estera. Per quanto riguarda il programma di politica interna, c’è ben poco di liberale, progressista o addirittura socialista nel movimento neoconservatore, che per certi aspetti si lega con il profondo sentimento religioso cristiano, in una parola “con Dio”, fino a formare una barriera d’ordine etica e morale, coincidente con le tradizioni e l’identità degli Stati Uniti.

Mentre i paleo-conservatori tendono all’isolazionismo, richiamando il commiato del padre fondatore Washington (che ammoniva i compatrioti a non intraprendere guerre esterne e non intrecciare rapporti militari con le odiate potenze europee), i neo-conservatori sono consapevoli del fatto che gli Stati Uniti, senza una solida presenza oltre confine, non possono sperare di rendere “americano” il secolo che ci aspetta, e neppure di tenere sotto controllo ed inoffensivi i tanti nemici dell’America e dell’ordine.

Va pertanto smentita la “leggenda rossa” del neoconservatorismo statunitense, visto come veicolo di pericolosissime idee progressiste e liberal. Si tratta infatti di mera propaganda dei reazionari anti-americani, di coloro che sognano la vittoria dei paleo-conservatori tanto per tenersi lontani ed ininfluenti gli odiati yankees. La vittoria “paleo”, in effetti, causerebbe il ritiro completo degli USA dal mondo, e quindi, ipso facto, il trionfo del caos, soprattutto in una Europa debole, sfilacciata, del tutto inadatta ad affrontare in solitudine le sfide del XXI secolo e le minacce terroristiche.

Il neoconservatorismo va sostenuto come baluardo dei valori dell’Occidente. Poco importa se i neocon sostengono il primato statunitense: dal loro punto di vista è più che giusto. Il prezzo della sicurezza è accettare l’interventismo americano nel mondo. Prezzo a volte considerevole, ma necessario per il nostro benessere e per la nostra civiltà. La fine dell’ “impero” americano (impero piuttosto benevolo a dire il vero, e molto paziente) sarebbe la fine del nostro modo di vivere, la fine della libertà.

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Ghe pensi mi

July 3rd, 2010
Oh, finalmente ci pensa Silvio. Non se ne poteva più del caos di queste ultime settimane, delle liti interne, dei distinguo, del controcanto continuo da parte dei soliti noti. L’assunzione di responsabilità, oltremodo necessaria, salva il PDL in extremis: se non fosse intervenuto il Cavaliere con un messaggio chiaro, forte, inequivocabile, il partito si sarebbe definitivamente liquefatto in pochi giorni, colpito a morte dai sabotaggi, dai tradimenti, dalle polemiche gratuite. Ora basta. E’ giunto il tempo delle decisioni definitive, del ristabilimento dell’ordine, della verità.

Lunedì Berlusconi dovrà assumere delle decisioni difficili, ma indispensabili: il PDL non può più permettersi un tasso di liti interne addirittura superiore a quello del PD. Gli elettori del centrodestra, sconcertati dalla nascita di mille correnti e correntine, chiedono, anzi pretendono, unità e coerenza, in nome dell’attuazione rapida del programma di governo, del rispetto dei patti. Chi intende tradire o solo scostarsi da questi patti, va accompagnato alla porta. Non ci sono altre soluzioni.

Ma non è detto che si arrivi alla scissione con i finiani, alla rottura irreparabile. Berlusconi sa bene che andare alle urne in questo momento sarebbe deleterio per il paese alle prese con la crisi. Fini sa bene che il suo peso politico è poca cosa, appena sufficiente per costituire nuovi gruppi parlamentari, ma del tutto inadeguato per inaugurare una nuova era politica e per stracciare il centrodestra berlusconiano. Insomma, i due sono quasi “costretti” a stare assieme, almeno fino alla primavera del prossimo anno.

Certo è che entrambi non sono disposti a cedere su tutto pur di mandare avanti il carrozzone. Gli ultimi giorni hanno mostrato come la convivenza sia per l’appunto forzata, innaturale, tanto sono ampie le distanze fra i modelli politici proposti. Berlusconi si sente ormai in diritto di chiedere il divorzio, e di attendere le successive mosse di Fini. Avrà il coraggio il Presidente della Camera di schierarsi con la sinistra? Quanti deputati e senatori saranno con lui? Si andrà alle urne prima dell’approvazione della Finanziaria 2010?

Non abbiamo la sfera di cristallo. Forse, ma resta una mera ipotesi, si creeranno due gruppi distinti, il PDL fedele al Cavaliere ed il partito finiano, pronto ad un sostegno esterno all’esecutivo fino alla prossima primavera, ma battagliero su alcuni punti essenziali (intercettazioni, principio di legalità, cittadinanza agli immigrati), ed in cerca di nuove alleanze in vista delle elezioni. Comunque non sappiamo come andrà a finire.

Un punto resta irrinunciabile: la necessità di un chiarimento definitivo che metta fine al caos. Il popolo di centrodestra non può più tollerare il disordine, la disorganizzazione, la perdita di tempo prezioso. Le idee sono inconciliabili? Si prenda atto di ciò, e si intraprendano percorsi diversi e distinti. E’ inutile continuare sulla strada dello stillicidio, del logorio quotidiani.

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Il momento nero del PDL

July 3rd, 2010
“Serve un colpo d’ala”, dice Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, riferendosi allo stato pietoso del Popolo della Libertà, colpito da una gragnuola di polemiche sul caso Brancher – gestito male e finito peggio – e dilaniato al proprio interno dallo scontro feroce fra le correnti. In effetti, di fronte a questo spettacolino disgustoso, che rischia di mandare al macero la credibilità di un partito in evidente affanno, servirebbe una svolta, quasi un colpo di teatro.
Ma non si sollazzino i cosiddetti “finiani”, sempre pronti a cogliere la palla al balzo per sottolineare le difficoltà, per additare gli errori, per impartire le solite lezioncine sulla morale. Nel momento più nero del PDL, sono proprio loro a gettare benzina sul fuoco, ad alimentare le divisioni, a creare il caos. Certo, la leadership berlusconiana non è affatto esente da debolezze, omissioni e financo gravi errori nella gestione della fase politica. Ma proprio quando il partito dovrebbe dimostrare unità e coesione, ecco puntuali il controcanto, la differenziazione, lo smarcamento, la critica distruttiva e velenosa.

Il buon – si fa per dire – Fabio Granata arriva al punto di difendere il “pentito” Spatuzza, quasi a dar credito alle fandonie sulle origini mafiose di Forza Italia ed alla trattavia fra lo Stato e Cosa Nostra. Bocchino, tanto per non smentirsi, attacca il Presidente del Senato Schifani, anzi lo insulta, definedolo “berluschino” e capo-corrente. Briguglio non perde tempo e spara su crisi e cambi di governo, addirittura di nuovi patti elettorali (come se gli elettori non esistessero o non fossero pronti a prendere il forcone di fronte ad un tradimento del programma da loro votato). Fini, ma ormai è scontato, aizza la polemica con la Lega, e sornione attende il cadavere (politico) di Berlusconi lungo il fiume.

Per carità. Siamo i primi a dire che la Padania come nazione non esiste (nessuno osi negare l’esistenza di una questione settentrionale accanto a quella meridionale però), che le affermazioni di Bossi sulla violenza sono deplorevoli, che la permanenza di Marcello Dell’Utri nel partito ci schifa (ma mettiamo i puntini sulle “i”: non esiste alcun rapporto fra mafia e nascita di Forza Italia, ed il teorema delle procure esce polverizzato), che il caso Brancher ci lascia di sasso.

Ma i problemi vanno risolti, non aggravati. Il PDL non può, non deve trasformarsi nella DC delle correnti, della Babele caotica e disordinata. Il leader, che piaccia o no, è uno, e uno soltanto, per manifesto riconoscimento e per consenso grandemente maggioritario. Il partito è uno, e le correnti rappresentano una metastasi (vero, Fini?) inaccettabile. Serve un colpo d’ala. E’ giunta l’ora che il Presidente riprenda in mano le redini di un partito quasi allo sbando, anche a costi di scatenare il putiferio con elezioni anticipate.

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