A meno di tre mesi dalle elezioni regionali, sembra che l’UDC di Pierfurby Casini sia in vena di mostrare i muscoli e la faccia ringhiosa. Di fronte alle critiche provenienti dalla direzione nazionale del Popolo della Libertà, il partito centrista rivendica la piena autonomia, che si traduce nella cosiddetta “politica dei due forni”: andare a destra o a sinistra, per ottenere in ogni situazione il massimo vantaggio. Alla faccia dei valori, della coerenza e della chiarezza nei confronti del proprio elettorato.

E così, l’UDC sosterrà la governatrice del Piemonte Mercedes Bresso, dichiaratamente laicista, favorevole a pillole mortali e a pratiche abortive. Davvero una bella scelta per un partito cattolico, non c’è che dire: certo, l’alternativa, costituita dal leghista Roberto Cota, forse non può far piacere, ma perchè stringere una alleanza con il centrosinistra più deteriore ed anticristiano? Per una questione di potere? Lasciamo agli elettori sovrani l’ardua sentenza.

Anche in Liguria ed in Puglia, l’UDC – membro del Partito Popolare Europeo, di centrodestra, non dimentichiamolo! – ha tutta l’intenzione di stringere un patto con il Partito Democratico, l’Italia dei Valori e magari con i cespuglietti della sinistra. In Calabria manca poco ad una candidatura di tutta la sinistra a sostegno del deputato centrista Occhiuto (nome fino a ieri sconosciuto, calato dall’alto per salvare il salvabile, in una regione disastrata dalla pessima amministrazione Loiero). Solo nel Lazio, e forse (ma nulla è certo) in Campania, Casini si unirà al centrodestra – tra l’altro, quello meno cristiano-conservatore, guidato dai candidati socialisti Polverini e Caldoro.

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Insomma, una politica dei due forni che pende in realtà a sinistra, e che fa strame della natura del partito. Ormai l’UDC è la nuova Margherita di un centrosinistra in palese difficoltà, pronto a svendere la Calabria pur di uscire dalle secche di un annunciato disastro elettorale. L’ingresso nel gruppo parlamentare udiccino dei deputati Carra e Lusetti (già rutelliani-margheritini) conferma il netto spostamento verso la palude post-democristiana di sinistra, prima assorbita dal progetto malriuscito del PD, oggi un pò più vivace ed in fuga.

Ma questa politica rischia di scottare Casini. Il PDL ha ogni ragione per escludere alleanze con chi gioca allo sfascio della coerenza: certo, in alcune regioni si rischia grosso, ma gli elettori solitamente premiano la limpidezza delle scelte e dei programmi. Che credibilità può avere una coalizione che va dai cattolici agli anticlericali, per passare attraverso i giustizialisti giacobini di Di Pietro? Con che faccia Casini può stringere patti con coloro che chiedono la testa di tutti i dirigenti udiccini in una regione importante come la Sicilia? Ecco, probabilmente il centrodestra vedrà ridotta la portata del successo elettorale alle regionali, ma vedrà confermata la bontà della propria proposta politica. Casini vincerà in una o due regioni in più, ma dovrà governare con i veri nemici del cattolicesimo moderato e popolare, e convivere con i giustizialisti. Non sarà facile spiegare agli elettori questa operazione di trasformismo.

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