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You Are Here: Home » Altro - Sport/Tech » Intervista a Giorgio Gibertini, presidente del Centro di Aiuto alla Vita di Roma.

Qualche settimana fa’ ho avuto il piacere di leggere un ottimo libro, scritto dal Presidente del Centro di Aiuto alla Vita di Roma Giorgio Gibertini. E’ un libro, come descriverà meglio lui nell’intervista che segue, che ci mette di fronte al tabù della malattia e della morte annunciata e conseguente. Si parla di preparazione alla dolce morte, davvero però. Dolce perchè ci si arriva consapevoli del traguardo, con accanto chi vuoi bene e chi ti vuole bene, e soprattutto non sfidando la morte, accettandola con tutti i suoi aspetti negativi ma anche con tutto il bene che può nascere con essa.

L’amico con la elle maiuscola. Non crede che sia un titolo strano, particolare per un libro che parla di eutanasia?
Se mi permette una precisazione il libro non parla di eutanasia, o meglio, ci si arriva al tema dell’eutanasia in modo implicito. Il libro parla di amicizia, di amore. Il libro parla di morte. Anzi, oserei dire che è la morte che parla in questo libro. Si, non ho paura a dirlo: è la morte la protagonista di tutto il romanzo. I due ragazzi vivono un’esperienza straordinaria di preparazione alla morte. Uno dei due, Francesco, scopre di avere una malattia che lo condurrà lentamente, ma inesorabilmente, alla morte. L’amico, quello con la elle maiuscola, gli sta accanto ed attraverso un percorso particolare, e penso originale, arrivano a gustarsi questa preparazione alla morte come festa promessa da tanto tempo e data per premio.

La nostra società oggi fa fatica a dire morte e lei la chiama festa promessa da tanto tempo e data per premio?
Le rispondo con le parole del Manzoni, che si trovano nel libro, e tratte da i Promessi Sposi quando l’autore parla della Madre di Cecilia e dice: “Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestitino bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio”. Ecco la spiegazione di quello che vado sostenendo. E’ così difficile parlare di morte oggi ai nostri giovani, ai nostri ragazzi, agli adolescenti. Le parole tabù oggi sono: morte o malattia. O le si evita o le si vuole dominare. Invece la morte viene da sola, gioca a scacchi con noi: è sempre stato così e lo sarà sempre. La morte, essendo la protagonista della nostra vita, è la protagonista del libro.

I due amici quindi si preparano alla morte facendosi aiutare da alcuni testi classici, oltre al Manzoni a quali altri autori si è ispirato?
Seneca soprattutto. I due amici impattano nel capitolo XI del De tranquillitate animi di Seneca dove al capitolo XI si leggono queste parole che non hanno bisogno di altro commento:
Il mio discorso si rivolge a chi è lontano dalla perfezione, mediocre, ancora malato, non al sapiente. Costui non deve camminare con cautela, passo passo, perché ha tanta fiducia in se stesso che non esita ad affrontare il suo destino né cederà mai di fronte ad esso. E neppure deve temerlo, perché considera tra le cose precarie non solo gli schiavi, la ricchezza e la posizione sociale, ma addirittura il suo corpo, i suoi occhi, le sue mani, tutto quando rende più cara la sua vita; perfino se stesso mette fra le cose precarie, e vive come se la sua esistenza gli fosse data in prestito, pronto a restituirla senza rimpianti, alla prima richiesta. Che cosa c’è di male a ritornare là da dove si è venuti? Vivrà male chi non saprà morire bene. Bisogna saper svalutare questa vita e metterla tra le cose di poco conto. Vivrà male chi non saprà morire bene. Fermati un attimo Giorgio. Anzi, fermiamoci su questa frase cosa vuol dire? Spesso noi moriamo per la paura di morire….Chi ha timore della morte non farà mai nulla di veramente degno di un uomo, ma chi è consapevole che la morte è stata per lui fissata all’atto stesso del concepimento vivrà secondo questa legge ed in più riuscirà, con la stessa forza d’animo, a conseguire anche il risultato di non essere mai colto di sorpresa qualunque cosa possa succedergli.” Concetti che da soli valgono un libro.

Mi permetta di insistere,concetti del tempo di Seneca: lei si sente preparato alla morte?
Permetta a me di insistere, con tutto rispetto. Credo che dentro questo brano vi sia il segreto per vivere bene. Io invito a rileggerlo bene, con calma, a far scendere e parole dentro di noi, senza paura. Non abbiate paura di guardare la morte ora che siamo sani, belli, vigorosi. Lei è sicuro stasera di rientrare a casa? E’ quello che si domandano anche i due ragazzi dopo un po’ quando il cammino è ormai intrapreso e non si può tornare indietro. Io pronto a morire? Non lo. Sicuramente mi ci sto preparando. Poi  come tutti spero che sia più in là possibile ma ci voglio arrivare preparato qualora dovesse capitare e voglio anche io, come Francesco, organizzare la mia festa, se ne avrò la possibilità e consapevolezza.

Che intende per consapevolezza di morire? Si può sapere di morire?
Sto per morire, dice Francesco un giorno al suo amico. Lo dice lui, il morente, levando dall’imbarazzo l’amico, i famigliari, i medici che tutto sapevano e tutto negavano. Perché si tende a negare l’evidenza, la realtà, non dando al protagonista il tempo e la possibilità mentale di prepararsi alla morte. So che sono parole dure, che è difficile leggerle, è difficile trasmetterle ma sono venti anni che studio la morte e mi sembrava il momento che condividessi con gli altri, con tutti voi, le conclusioni a cui sono arrivato.

Quindi Francesco alla fine muore, nessun colpo di scena, nessun miracolo?
I colpi di scena ci sono nel libro ma li lascio scoprire al lettore che vorrà affrontare questa lettura con la elle maiuscola. I miracoli ci sono ma sono altri e non quello della guarigione corporale ma, sommessamente mi sento di dire, di quella spirituale

Introduzione di Giorgia Meloni: che centra il Ministro della Gioventù con la morte?
Con Giorgia mi lega non solo l’omonimia ma anche una decennale amicizia costellata, in passato, ma anche in presente e futuro, di moltissime battaglie sui temi della vita nascente. Mi sembrava bello potersi incontrare anche tra le pagine di questo libro e rendere eterno il nostro legame. Il Ministro Meloni, oltre che giovane anch’ella, rappresenta i giovani d’Italia in questo momento perciò assume valore maggiore quello che dicevamo prima, ovvero l’aver il coraggio di parlare di amicizia, amore e morte alle nuove generazioni per far loro vivere bene la loro vita nel presente e nel futuro.

Don Giovanni D’Ercole invece fa capire che alla fine, sotto sotto, è un libro religioso?
Non lo considero un libro religioso perché non sono degno di scriverlo. Don Giovanni è un amico e  come sacerdote è molto attento alle persone ed al tema della vita e della morte. E’ un onore per me ospitare un suo pensiero nel mio libro. Nel libro poi vi sono anche dei momenti di spiritualità e preghiera, magari non la preghiera tradizionale ma credo che cercare un senso alla vita, anche quando si sta morendo, sia una alta forma di preghiera.

Nel libro vi sono momenti di prosa e di poesia, quale è il significato del coro?
Il coro può rappresentare un po’ la voce fuori campo cinematografica, quella che fa riflettere, che tira le fila. Il coro è la voce dell’autore che parla e che medita. Il coro a volte è la voce dell’amico che soffre e deve sfogarsi attaccato alla stipite della porta dove Francesco sta morendo. Il coro è la voce della morte che parla. Il coro è la poesia che ci fa andare oltre le nostre paure, il nostro corpo, le pagine e raggiungere l’essenza della vita.

Ma allora che cos’è secondo lei l’eutanasia?
Anche qui rubo le parole al mio maestro Manzoni che, concludendo il già citato brano della madre di Cecilia, dopo aver lasciato la prima figlia morta al turpe monatto, scrive: “Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volte. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire assieme?” Ecco che cosa è secondo me l’eutanasia, la dolce morte, nel vero significato. Il mettersi accanto al morente ed accompagnarlo alla morte. Il mettersi accanto al morente e scoprire con lui, per lui e per entrambi, il senso della vita ed il senso della morte. Se parlando di eutanasia non si tiene conto della sacralità della vita e della morte, tutto sfocia in tecnicismo. Ecco come, alla fine del percorso, si può parlare, in modo diverso ma credo completo, di eutanasia.

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