Eluana Englaro ha intrapreso il suo ultimo viaggio. Un viaggio verso la liberazione definitiva da uno stato equivalente alla morte, indegno di essere vissuto, secondo molti, oppure un viaggio che conduce all’eutanasia e all’omicidio secondo altri.
Innanzitutto, è doverosa la più ampia comprensione per il dolore del padre. Possiamo essere contrari alla sua decisione, ma non ci è lecito ledere la sua persona, o trattarlo come un estraneo, un elemento indifferente.
E tuttavia, non possiamo rimanere zitti e sottolineare che quello che sta accadendo rassomiglia molto ad una deliberata somministrazione della morte, nei confronti di quella che è, a tutti gli effetti, una vita, anche se condannata al silenzio e all’insensibilità, estrema conseguenza del coma vegetativo permanente. Chi può decidere su una vita? Chi può dichiararla degna o non degna di essere vissuta? Un giudice, una sentenza? Una legge?
No. Noi riteniamo che una vita, per se stessa, per definizione, sia degna di continuare ad esistere. Come può essere consentita una agonia di una settimana, o nel caso peggiore addirittura di 15 lunghissimi, stranzianti giorni? Ad Eluana saranno tolti il semplice cibo e la semplice acqua. Morirà d’inedia, di sete, di stenti. Non sentirà nulla (almeno così dicono alcuni medici), ma intanto le sue cellule cederanno una dopo l’altra. Le sue labbra si seccheranno, fino al deperimento definitivo. No, non è una “bella morte” questa. E’ un omicidio lento, un supplizio al quale non vorremmo mai assistere. Il Governo potrebbe intervenire con un decreto-legge, ma probabilmente non lo farà, a causa delle divisioni politiche interne, della mancanza di coraggio, o forse più semplicemente per non entrare in una polemica sui temi etici, sui valori.

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Noi però in questa polemica vogliamo entrare, per dichiare la nostra contrarietà all’eutanasia, allo spegnimento atroce di una vita -estremamente debole, ai limiti, agli sgoccioli, ma sempre degna -.
Non possiamo disporre di essa, nè per noi nè per gli altri, pena il riaprirsi di orrori inconciliabili con la civiltà. Lasciamo quindi da parte la cultura della morte, ed esprimiamo con orgoglio il nostro amore per la vita, in ogni sua condizione, dal concepimento alla fine naturale.

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