Comportamenti dettati dalla smania di primeggiare e da un concetto della cosa pubblica molto particolare, un concetto che portava ad allontanare ed escludere coloro che non si piegavano, per amore del diritto e della verità, ai voleri del capo. La sconfitta soriana è causata da Soru stesso, un Soru che ha, dapprima, allontanato personaggi del calibro di Pigliaru e Maninchedda e, successivamente, ha cercato di occuparsi in prima persona di tutte le materie di competenza della Giunta regionale. Non per niente, la critica principale rivolta all’Obama di Sanluri era propria quella di essere un solitario, un uomo solo al comando. Soru, che si è mostrato sorpreso della sconfitta, non ha niente di cui sorprendersi e il tentativo di mascherare la sonora lezione impartitagli dalla maggioranza dei sardi con un difetto di comunicazione è un tentativo quasi infantile e privo di argomentazioni serie. Soru ha perso perché ha adottato la tecnica della “tabula rasa”, del divieto e dell’arbitrio. Ha distrutto la formazione, ha risparmiato sulla pelle di tante persone che avevano l’unica colpa di percepire uno stipendio, ha imposto tasse e divieti, ha dato corpo ad una fantasia finanziari cassata dalla Consulta e dalle bacchettate della Corte dei Conti.
Ha imposto, per presunta tutela dell’ambiente, vincoli assurdi salvo legittimi aggiramenti in base a intese in cui l’ultima parola spettava a Soru stesso. Ha umiliato sindaci ed enti locali, ha umiliato l’apparato amministrativo regionale infarcendolo di pseudo consulenti pagati fior di quattrini. Questi anni nel segno di Soru sono stati anni di grandi mobilitazione contro l’esecutivo regionale. In piazza sono scesi tutti, dagli impiegati degli enti di formazione agli addetti alle pulizie. Mancavano Zio Paperone e Nonna Papera ed il quadro degli scioperanti sarebbe stato completo. Soru si meraviglia e parla di incomprensioni. Ha ragione, l’incomprensione c’è stata, la sua. Lui non è riuscito a comprendere la differenza tra il virtuale ed il reale, si è affidato al popolo di facebook che ha cercato sino alla fine di difendere il capo sulla base di mezze verità e di dati incompleti. Il popolo internettiano acclamava il suo Governatore e non vedeva la realtà. Una realtà fatta di fame e disperazione, una realtà di disoccupazione e povertà in crescita. Una realtà meno rosea di quella presentata nel fantastico libro delle cose fatte da Soru in questi anni. E questo travisamento della realtà ha ingannato anche il povero Veltroni che, basandosi sulla realtà virtuale, ha deciso di dare il pieno appoggio al Governatore uscente mettendo a tacere le rimostranze dei dissidenti e mal gliene incolse. L’uomo del “we can” ha preso una cantonata e così ha legato il suo destino con quello del candidato Soru. Il candidato ufficiale, autoimposto con l’escamotage delle dimissioni, del centrosinistra che andava a sfidare tale Ugo Cappellacci, uomo scelto dal Presidente del Consiglio per guidare il centrodestra isolano. Un quasi signor nessuno che andava a sfidare l’Obama del Medio Campidano appoggiato dall’Obama alla Vaccinara.
Dopo una campagna elettorale accesa e spigolosa, il Sanlurese illudeva le truppe parlando di una grande vittoria ma la notte del 16 arrivava, puntuale, la sentenza di condanna per Soru e le sue, decimate, truppe. Truppe, forse, non adatte al confronto ma fortemente volute, con l’imposizione dell’esclusione per i veterani rei di un doppio mandato, dal conductor Soru. Il popolo sardo aveva deciso, forse anche non capendo le proposte di Soru, di dare il benservito al governatore dimissionario ed alla sua coalizione. Soru nella polvere e Cappellacci alle stelle. Ma Soru con la sua sconfitta ha segnato anche la fine dell’obamismo veltroniano e della guida, spesso insensata, del PD. Veltroni prendeva atto dell’ennesima sconfitta della sua gestione e rassegnava le dimissioni da Segretario del PD chiedendo scusa per aver fallito. Bravo Veltroni, ci sei arrivato! Troppo tardi, però. Con la tua cecità politica hai dato il PD in pasto a Di Pietro, hai bruciato una carriera e hai consentito, in Sardegna, lo smembramento del partito. Soru ha detto che resterà in Consiglio Regionale ma non si è capito se è una promessa o una minaccia.
Veltroni ha detto che resterà come semplice, e aggiungerei ben pagato, deputato del PD. Soru ha detto che resterà per dar vita al PD sardo, Veltroni, invece, si fa da parte per non far morire quello nazionale. Chi avrà ragione? Non si sa ma, certamente, per il neosegretario nazionale, Franceschini, sarà un lavoro duro. Son partiti da lontano, hanno attraversato la storia, hanno fagocitato leader dopo leader ma gli ex compagni uniti agli ex dc hanno ancora tanto lavoro da fare per arrivare alla meta: l’estinzione. E sì, perché se continuano con questo andazzo la fine è proprio quella. Non hanno ancora capito che non è un problema, esclusivamente, di uomini. Il problema è l’anima, il PD è un partito senz’anima che non ha ancora espresso una linea politica, un’idea, un progetto serio e condivisibile. Per ora si sono viste tante belle parole ma poche condivisibili e concrete. Il PD continua nel solco dell’ex PCI, nel solco di una presunta superiorità morale, nella poca umiltà dimostrata negli anni. Serve tanta umiltà, caro Franceschini ma l’umiltà è merce rara e nel suo partito ancor più rara. Buona fortuna.